IL VOLTO DI KARIN



IL MONDO DI INGMAR BERGMAN:
nella scrittura e nei film
Lanterna magica e Karins Ansikte (Il volto di Karin) 1986



Dalle ultime pagine (pp. 257-260) dell'autobiografia di Ingmar Bergman "Lanterna Magica" (25.9.1986) traggo il suo commento al piccolo film che fece con le foto della madre.

Di esso il professore Antonio Costa scrive nel suo libro dedicato al regista:

"A volte sono opere fuori formato, come il bellissimo Karins ansikte, montaggio di vecchie fotografie della madre. Un piccolo film, ricavato da un repertorio privatissimo come un album di famiglia, può finire per coinvolgerci tutti. In gioco non ci sono solo i ricordi di una vita. E' la vita stessa delle immagini il tema (anche in senso musicale) di questo piccolo film, e la relazione con il tempo, la morte, l'oblio." (p. 8, Ingmar Bergman, 2009)


Il film realizzato

"Alcuni anni fa feci un piccolo film sul volto della mamma.
Lo feci con la mia macchina da presa a otto millimetri e un obiettivo speciale.
Alla morte di papà avevo rubato tutti gli album di fotografie della famiglia, avevo così a
 disposizione un materiale considerevole.





Il tema del film era dunque il
 volto della mamma, il volto di Karin, dalla prima immagine all'età di
 tre anni,


all'ultima, una foto tessera scattata qualche mese prima
 dell'ultimo infarto.



Giorno dopo giorno studiai centinaia di fotografie
 attraverso l'obiettivo che ingrandiva e delimitava:




l'orgogliosa
 beniamina del vecchio padre, amabilmente arrogante.




La scolaretta insieme ai suoi compagni, al primo anno d'asilo presso zia Rosa, nel
 1890.




La bambina si volta infastidita, indossa un largo grembiule
 ricamato, i suoi compagni non hanno grembiule.




La confermazione, con
 una camicetta bianca alla russa, riccamente ricamata, una ragazzina
 come quelle di Cechov, languida e misteriosa.



La giovane infermiera
 in uniforme, professionista che ha ottenuto il suo diploma, decisa e
 fiduciosa.






La fotografia del fidanzamento, scattata a Orsa nel 1912. Un
 capolavoro d'intuizione: il fidanzato è seduto vicino a un tavolo, ben
 pettinato ed elegante nel suo primo abito sacerdotale, sta leggendo un
 libro. Allo stesso tavolo siede la fidanzata, davanti a sé tiene la
 tovaglia che sta ricamando. E' leggermente china in avanti e osserva la
 macchina fotografica, la luce piove dall'alto e mette in ombra gli
 occhi scuri e spalancati due solitudini che non confinano l'una con
 l'altra.




La fotografia successiva è commovente: la mamma è seduta su
 una poltrona dallo schienale alto, davanti a lei sta seduto un volpino
 che la guarda pieno di affetto, lei ride allegramente (una delle poche
 fotografie in cui la mamma ride). E' libera, sposata da poco.




Una piccola canonica nel bosco dell'Halsingland,
lontana dall'odio tra «Ma» e il «suo caro prete» come lo chiamava lei.






La prima gravidanza, la
 mamma si appoggia, un po' stanca, alla spalla di papà, lui sorride
 fiero e protettivo, non molto ma quanto basta. Le labbra di lei sono
 gonfie come per i troppi baci, lo sguardo è velato, il volto dolce e
 fiducioso.


Vengono ora le immagini della capitale: la bella coppia con
 i bambini belli e ben curati in un appartamento pieno di sole, in una
 via tranquilla nel tranquillo quartiere östermalm.






 Ben pettinata, ben
 vestita, lo sguardo mascherato, il sorriso formale, bei gioielli,
 vivace, amabile. Hanno assunto i loro ruoli e li recitano con
 entusiasmo.

Ancora una foto dove la mamma ride: è seduta sulla scala
 della veranda, a Vâroms, io sto sulle sue ginocchia, avrò al massimo
 quattro anni, mio fratello è appoggiato al parapetto, otto anni.




Lei
 indossa un abito semplice di cotone chiaro, ai piedi porta nonostante
 il caldo veri e propri stivali.





Mi tiene stretto con le mani sulla
 pancia. Le mani della mamma, corte, robuste, le unghie tagliate, la
 pellicina mangiucchiata. Quello che ricordo meglio è la sua mano con la
 linea della vita profondamente incisa, la mano morbida e asciutta,
 l'azzurro ramificarsi delle vene: fiori, bambini, animali.
 Responsabilità, sollecitudine, forza. A volte tenerezza. Sempre il
 dovere. Continuo a sfogliare. La mamma sparisce via via nella
 brulicante collettività delle foto di famiglia.






Ora è stata operata, le
 hanno tolto l'utero e le ovaie, è seduta con gli occhi un po'
 socchiusi, indossa un elegante vestito chiaro, il sorriso non tocca più
 gli occhi. Altre immagini.




Ora ha raddrizzato la schiena dopo aver
 piantato alcuni germogli in un vaso.





Le mani sono sporche di terra,
 penzolano un po' indecise. Stanchezza, forse ansia, papà e lei sono
 abbandonati. Figli e nipoti se ne sono andati. Sono figli bergmaniani:
 non si deve disturbare, intromettersi.




E poi viene l'ultima immagine,
 la fotografia per il passaporto. Alla mamma piacevano i viaggi, il
 teatro, i libri, i film, la gente. Papà detestava i viaggi, le visite
 inaspettate e gli estranei. La sua malattia peggiorava e lui si
 vergognava per la propria goffaggine, il tremito alla testa e la
 difficoltà a camminare. La mamma fu sempre più legata. A volte si
 prendeva un po' di libertà e andava in Italia. Ora il passaporto era
 scaduto e bisognava farne uno nuovo, sua figlia s'era sposata e
 trasferita in Inghilterra. Fu fatta la foto per il passaporto.




La mamma aveva avuto due infarti. Sembra che un vento gelido abbia soffiato sul
 suo volto, i lineamenti si sono leggermente spostati. Lo sguardo è
 velato, lei che leggeva sempre non può più leggere, il cuore è avaro
 nel rifornire sangue, i capelli sopra la fronte larga e bassa sono
 grigi come il ferro e pettinati all'indietro, la bocca sorride incerta,
 bisogna sorridere sulle fotografie. La pelle morbida delle guance è
 gonfia e cosparsa di solchi e incavature, le labbra sono rinsecchite.
 Allora, sono stato alla chiesa di Hedvig Eleonora una domenica
 pomeriggio all'inizio dell'avvento. Ho visto i riflessi luminosi sulla
 volta e sono riuscito a entrare nell'appartamento al terzo piano. Ho
 trovato la mamma china sul suo diario, mi ha permesso di parlarle. Io
 mi sono subito confuso, ho cominciato a porre domande su cose che
 credevo sepolte. Ho attaccato, accusato. La mamma ha opposto la sua
 stanchezza. Lo faceva spesso durante gli ultimi anni. Ora si è
 assottigliata e non è quasi più visibile. Devo pensare a quel che
 possiedo, non a quel che ho perduto o non ho posseduto mai. Raccolgo
 intorno a me i miei tesori, alcuni luccicano d'un bagliore particolare.
 In un rapido istante comprendo il suo dolore per il fallimento della
 propria vita. Lei non mentiva a se stessa come papà, lei non era
 credente. Aveva la forza d'assumersi la colpa anche quando
 l'attribuzione delle responsabilità non era sicura. I momenti di
 recitazione passionale non offuscavano la sua comprensione, e quel che
 comprendeva era che la sua vita era una catastrofe. E adesso io stavo
 seduto sulla sua sedia e l'accusavo di crimini che non aveva mai
 commesso. Ponevo domande che non avevano risposta. Cercavo d'illuminare
 i dettagli dei dettagli. Mi ostinavo a chiedere il come e il perché.
 Con la mia vana sagacia, dietro il dramma dei miei genitori arrivavo
 forse a intravedere la fredda forza della nonna.




Si era sposata giovane
 con un uomo vecchio che aveva tre figli, i quali erano quasi suoi
 coetanei. Il marito morì dopo un breve matrimonio, lasciandola sola con
 cinque figli. Cosa costringeva lei a soffocare e ad annientare? Il
 problema è certo semplice, eppure rimane insoluto. Quel che vedo è che
 la nostra famiglia era formata da persone di buona volontà schiacciate
 da un'eredità di pretese eccessive, cattiva coscienza e senso di colpa.
 Andai a cercare quello che la mamma aveva scritto sul suo diario
 segreto durante il luglio 1918.



C'era scritto: nelle ultime settimane
 sono stata troppo malata per scrivere. Erik ha preso la spagnola per la
 seconda volta. Nostro figlio è nato domenica mattina, quattordici
 luglio. E' stato subito assalito da febbre alta e brutti attacchi
 diarroici. Sembra un piccolo scheletro con un nasone rosso fuoco.
 Rifiuta con ostinazione di aprire gli occhi. Dopo qualche giorno mi è
 venuto a mancare il latte per via della malattia. Allora è stato
 battezzato in tutta fretta qui in ospedale. Si chiama Ernst Ingmar. Ma
 l'ha portato a Vâroms, dove ha trovato una balia.



Ma è furiosa per l'incapacità di Erik di risolvere i nostri problemi pratici. Erik è
 furioso per le intromissioni di Ma nella nostra vita privata. Io sono
 qui, impotente e infelice. A volte, quando sono sola, mi metto a
 piangere. Ma dice che se il bambino muore lei si occuperà di Dag e io
 potrò riprendere il mio lavoro. Vuole che Erik e io ci separiamo al più
 presto, «prima che lui, con il suo folle odio, escogiti qualche nuova
 pazzia». Io non credo d'avere il diritto di lasciare Erik. E'
 sovraffaticato ed è stato debole di nervi per tutta la primavera. Ma
 dice che finge, ma io non lo credo.

Prego Iddio senza fiducia.
Bisogna
 arrangiarsi da soli,
per quanto è possibile.

Fârö 25-9-86

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